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Concorso Città che Apprende – i vincitori

Primo premio sezione Racconto breve
Bruna Caboni – Quartu Sant’Elena (CA)

NEL PAESE DI CONCERTINO

Mio zio  Titino Faulanciu è un uomo che ha girato il mondo perché, rimasto orfano di madre a neppure un anno di età, suo padre, marinaio, lo ha portato con sé sulla sua nave e viaggiava dal Polo nord al Polo sud, dall’est all’ovest, risaliva le foci dei fiumi, divideva le capanne con gli Inuit quando il mare ghiacciava o banchettava con le genti, poniamo, del Mato Grosso quando l’equipaggio desiderava una sosta dopo l’indigestione di acqua salata durata per mesi e mesi. Di tutti i posti meravigliosi che aveva visto mi raccontava: dell’isola di Wo-Men dove le donne comandano e fanno legge e gli uomini vanno in giro incappucciati e avvolti in lunghe cappe che lasciano scoperti solo i capelli, perché dai capelli giudicano la bellezza dell’uomo e se uno è canuto o calvo nessuna lo vuole più. C’è poi il paese di Sol, i cui abitanti dormono di giorno e vanno in giro di notte perché temono che il sole renda scura la loro pelle bianchissima. In altri luoghi ha visto coi suoi occhi gente che vive sugli alberi e non mette mai piede in terra o che si sposta su barche ricavate dal guscio di certi frutti giganti sfruttando la corrente dei fiumi, ma è costretta ad andare sempre avanti e non può tornare indietro perché non conosce l’uso dei remi, cosicché quando uno parte non lo si vedrà mai più.
Ma il paese che mi affascinava di più era quello di  Concertino .Qui i vecchi vanno a scuola, siedono nei banchi dalle otto del mattino alle tredici, con la ricreazione alle dieci e trenta, fanno i compiti a casa, vengono interrogati e qualcuno merita anche la bocciatura e deve ripetere l’anno.
Gli insegnanti sono i giovani. Naturalmente, quando anche loro invecchiano, passano dall’altra parte dell’aula e in cattedra li sostituisce uno più giovane. Studiano materie molto diverse dalle nostre. Per esempio, che senso avrebbe insegnare storia a chi la storia l’ha vissuta e l’ha fatta? Può capitare, semmai, che nel corso di un’interrogazione o di una discussione in classe, un’alunna o un alunno raccontino cose del loro passato. L’importante è che lo facciano brevemente e senza rimpianti o recriminazioni perché questo popolo ha appurato che è una malanno molto grave non saper godere delle cose nuove. Infatti una delle discipline più importanti è la Futurologia: si impara che il tempo non solo non si ferma, ma da lui c’è sempre d’aspettarsi qualcosa di nuovo e di sconosciuto. Anche se qualche volta porta con sé cose dolorose o poco gradevoli, gli abitanti di Concertino credono fermamente che conoscere e imparare cose nuove sia sempre fonte di felicità per l’animo umano.
Nelle loro scuole c’è una materia che si chiama Idealisofia. Questa scienza si occupa della formazione, della protezione e, se necessario, della revisione degli ideali, non importa che siano grandi o piccoli. Mio zio, per esempio, mi raccontava di uno studente che si è diplomato a novantatré anni col massimo dei voti presentando una tesi sull’importanza che nella sua vita aveva avuto l’imparare a suonare lo zufolo a novant’anni. Sembra infatti che nutrire uno o più ideali costituisca un antidoto efficacissimo contro la malinconia e l’amarezza e abbia effetti positivi anche sul benessere corporeo. Benchè io abbia una totale fiducia sulla memoria e sull’onestà del mio venerando zio, credo che lui si confonda un po’ quando sostiene che l’effetto è simile a quello di una sana tracannata di rum, ma certo anche avere ancora ideali e propositi da realizzare dà una bella sferzata di energia.
Da questi racconti, quella di Concertino sembra essere una comunità felicissima, anzi la più felice che Titino Faulanciu abbia mai visitato. Ha un solo problema: deve costruire continuamente nuove scuole perché di vecchi ne passano a miglior vita sempre di meno e le aule, ormai, sono sovraffollate!

Secondo premio sezione Racconto breve
Davide Cinquanta – Pantiliate (MI)

COMPRO LORO

Nella città di Milano, in mezzo ai vicoli del centro, nel freddo buio del mese di dicembre, mi dirigo in fretta verso una bottega nascosta. Leggo dall’insegna “Banco dei pegni, Corti Durante & Figli dal 1911″, la mia destinazione. In vetrina sono disposti oggetti di ogni sorta ordinati per tipo, ciascuno con il suo valore in moneta. Spingo la porta del negozio accompagnato dal trillo di un campanello. Mi accoglie un uomo ben vestito dal largo sorriso, dritto in attesa dietro il bancone.
“Sono qui per ritirare qualcosa che mio nonno diede in pegno molti anni fa, mi dica quant’è, salderò io l’ammontare del suo valore.” Dico all’uomo sorridente dietro al banco.
“Sarà un piacere accontentarla, mi dica che cosa suo nonno impegnò, e il suo nome così che possa ritrovarlo nel registro.”
“Remigio Ferruzzi, nato a San Martino nel 1925. Ciò che diede in pegno è la sua memoria.”
“Molto bene, la memoria è uno degli articoli nei quali la nostra attività è specializzata, ne trattiamo in gran numero. Chiedo scusa, ma per questa ragione ritrovare la copia della ricevuta di suo nonno richiederà del tempo.”
“Aspetterò, è molto importante che io riconsegni al nonno la sua memoria, da quando l’ha impegnata non è più stato la stessa persona. Ero piccolo allora, e i ricordi sono vaghi, ma da quel momento ha smesso di viaggiare. Non ha più letto libri di poesia, non è più andato al cinema, compra tutti i giorni il giornale, ma ne sfoglia solo metà. La mattina e il pomeriggio gioca a carte al bar, beve il vino che capita, è amico di tutti senza conoscere nessuno, e non racconta mai nulla, se non frasi ripetute dalla televisione.”
“Capisco il suo problema, questi effetti collaterali sono ben noti, e riportati nella scheda informativa che viene consegnata al cliente all’atto di impegnare la propria memoria.”
“Non mi capacito ancora di come il nonno abbia potuto dare via la sua memoria, il suo più grande patrimonio! Lo sa che da bambino il nonno assistette al pestaggio dei suoi vicini di casa da parte delle squadre del regime? Da ragazzo fu costretto a lasciare gli studi per scappare in montagna e unirsi ai partigiani. Verso la fine della guerra i tedeschi lo imprigionarono, ma riuscì a salvarsi. Negli anni successivi fu assunto in una fabbrica e partecipò alle lotte per i diritti dei lavoratori. È stato testimone di ogni goccia di sangue spillata dall’Italia, strage dopo strage, omicidio dopo omicidio. Che cosa potrà mai aver ricevuto in cambio per una memoria di questo peso?”
“Il banco dei pegni paga il valore delle memorie con la pace. Chi si rivolge a noi è sempre in preda ad una terribile angoscia, teme che prima o poi le sofferenze che ha vissuto possano ripresentarsi, non solo nelle loro esistenze, ma in quelle dei loro figli e nipoti. La maggior parte delle persone, come suo nonno, scambierebbe qualsiasi cosa con la tranquillità. Qualsiasi cosa, pur di liberarsi per sempre della paura. In questo noi siamo l’eccellenza del settore, garantiamo un avvenire pacifico, senza problemi, senza pensieri…”
“Capisco bene, ma a me non serve un nonno senza memoria. Gli serve per spiegarmi quello che sta succedendo nel mondo, mettermi in guardia dai veri pericoli, darmi consigli sulla strada da prendere… Solo con la memoria può essere in grado di tenere la mente aperta, ed aiutare la mia ad aprirsi.”
“Ecco qua, ho trovato la ricevuta relativa alla memoria del signor Remigio Ferruzzi!”
“Mi dica subito quanto devo pagare!”
“Il denaro sarebbe un più che appropriato corrispettivo, se non fosse che il bene impegnato, ahimè, è stato venduto.”
“Ma come? E a chi?”
“La memoria di suo nonno è stata venduta ad uno scrittore, un cacciatore di storie con un ricco contratto editoriale che ha scritto un romanzo di successo.”
Dunque è così che è andata a finire la grande memoria del nonno, ritagliata e incollata, confezionata e venduta sugli scaffali di un supermercato. Non posso fare altro che regalargli quel libro. E lo dovrà leggere. Per me.

Terzo premio sezione Racconto breve
Maria Bruno – S. Nicola La Strada (CE)

UN GESTO D’AMORE

Rientrando notai subito il corpo del nonno riverso sul pavimento. Corsi presso di lui; respirava con affanno. <Nonno…> Non rispose, ma tese la mano. L’afferrai con il cuore stretto dal rimorso, poi senza indugio chiamai i soccorsi. Mamma era stravolta quando ci raggiunse. Faceva il turno serale  e a me toccava rimanere con il nonno. Mia madre ignorava che con la complicità del nonno stesso, uscivo e rientravo appena poco prima di lei. Lui mi strizzava l’occhio e m’infilava una banconota nella tasca. Mamma fece tante domande alle quali risposi con studiate bugie. Ero in casa quando era accaduto, ero nella mia stanza. Mi pesava aver mentito, ma come spiegare che trascorrere le serate in casa mentre i miei amici erano al bar e si divertivano con le ragazze mi deprimeva? Volevo bene al nonno. Lui c’era stato sempre, sin da quando mio padre ci aveva lasciati per un’altra famiglia. Ma allora era diverso, ero un bambino. Impensabile che continuassi a tenergli compagnia adesso che avevo sedici anni!
<Questo è un reparto maschile e tocca a te rimanere, io verrò appena fa giorno.> <Iooo!?! Mamma che ci faccio qui?>  Mi guardai in giro, nella stanza un altro vecchio disteso sul letto. <Non c’è altra soluzione Fabio.> Mi rassegnai, oppresso dal rimorso. Il nonno sembrava morto. Sedetti e presi a giocherellare con il cellulare. <E’ divertente?> Sobbalzai. Un uomo completamente calvo con occhietti azzurri vispi, si avvicinava a me trascinando i piedi. <Cosa?> <Passare il tempo con quel telefonino…ma cosa fate esattamente?>   <Beh, parliamo con gli amici, guardiamo i video, ascoltiamo musica.> <Avrei voluto imparare anch’io, ma sono solo. Mio figlio vive in Canada.> In quel momento entrò mia madre. Scambiammo poche parole e lasciai la stanza frettolosamente. Mi era completamente passato il sonno e gironzolai per il quartiere senza una meta. Il nodo alla gola mi toglieva quasi il respiro. Se fossi stato in casa avrei potuto soccorrerlo…Mi asciugai le lacrime con la manica del giubbotto. Possibile che non avremmo più riso insieme… Non gli avrei più raccontato quello che facevamo a scuola, bello o brutto che fosse… Un’ora dopo tornai in ospedale. Avevo un tablet con me che non usavo da tempo. Mamma si teneva la testa tra le mani e provai grande pena per lei. Correvamo il pericolo di perdere il riferimento ed il sostegno della nostra vita. L’abbracciai.  Mi fissò stranamente. Era così raro che le facessi una carezza. <Il nonno come sta?> <Stazionario> Seguendo uno strano impulso andai a sedermi accanto al vecchio. <Ha ancora voglia di imparare?>  Si tirò su aggrottando le ciglia. <Scherzi? Ma sicuro!> <Mi chiamo Mario, e tu?>  <Io sono Fabio.>
Mi predisposi a pazientare ma rimasi impressionato per la rapidità con cui Mario riusciva ad apprendere; quando lasciai l’ospedale ero soddisfatto. <Com‘è che gli dai lezione?>  Chiese mamma <Così…mi annoiavo.> Non ero riuscito a dirle che mi erano tornate alla mente tante cose dimenticate. Il nonno che mi insegnava ad andare in bici, mi portava al parco, mi rincorreva col berretto quando c’era vento. Il nonno che veniva ai colloqui, e tutti i lavoretti di idraulica o di falegnameria che con lui avevo imparato. Il nonno che mi raccontava gli orrori della guerra e il rispetto per le persone. Quanti momenti condivisi ma soffocati dallo stimolo continuo verso la trasgressione e dalla voglia di vivere da adulto. Un adulto come quelli della società odierna, che poco spazio concede al sentimento, ma esalta ed ammira chi cede al compromesso. Mario mi offriva la possibilità di riscattarmi. Insegnandogli l’uso del pc che gli avrebbe consentito di esser più vicino al figlio, io ringraziavo il nonno e l’amore generoso  con cui mi aveva circondato. Assurdo dover riconoscere solo oggi, di essermi sempre vergognato di confessare che amavo profondamente quell’uomo che lottava contro la morte, e che speravo con tutto il cuore restasse ancora a lungo con me, perché il futuro senza di lui mi faceva paura.

 

Primo premio sezione Poesia
Giuliana Balboni  – Formigine (MO)

UN ARCO

Oggi intuisco cos’è la vita:
un arco lanciato fra un bambino e un vecchio
filo sospeso per camminare leggero
perchè il filo è fragile, come il fumo,
carico di messaggi da consegnare al vento.
Non confonderlo con il tempo
o con gli anni
perchè quel filo è fatto di sogni
un lungo arco di sogni
che avvolge il mondo.
Tanti fili tesi, archi di sogni,
fra l’inizio e la fine di ogni storia,
sono esposti alle intemperie
e dolorosamente vibrano,
recano speranze,
cantano canzoni.

 

Secondo premio sezione Poesia
Adele Chiavegato – Turbigo (MI)

MAI COSI’ VICINI

La Senna scorreva silente
testimone del fiume di gente.
C’eran vecchi, giovani e bambini,
mai così vicini.

Per vessillo una matita
a sostenere la vita
del pensiero nelle forme espresso
se pur nutrito d’eccesso.

Imprigionare il vento non puoi.
La luce, il suono non puoi.
E neppure il pensiero anche se lo vuoi.

Li abbian visti vicini,
vecchi, giovani e bambini.
Unico cuore,
unico colore.

Uniti passato  futuro
della stolta intolleranza abbattere il muro
a tracciare un ponte
per unire le sponde.

La canuta esperienza
piedistallo dell’emergente conoscenza.
L’una e l’altra in cammino
col sogno di un nuovo, radioso mattino.

Li abbiamo visti,
vecchi, giovani e bambini,
mai così vicini.

 

Terzo premio sezione Poesia
Federico D’Agostino – Bettolle (SI)

PAURA DI RINNAMORARSI

Tu crisalide che avvolta in fili sottili
volteggi perenne nei tuoi pensieri più intimi
e ad ogni stagione instancabilmente tessi e ritessi
le tue tele d’argento
non avere paura
di perdere il tuo corpo vellutato  di bruco colorato
è stagione
che le tue ali di farfalla
ritaglino nel cielo quegli spazi che non vedrai mai
i tuoi occhi di bambina sapranno leggere
sulle tue labbra di donna
quei segni sconosciuti che aspetti da sempre.
Il ramo dalle foglie di latta
con i suoi fiori che scampanellano al sole
ti aspettano
per filtrare
le tue emozioni.


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