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Proposte per promuovere la partecipazione alla formazione dei soggetti con bassi livelli di competenza

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20 marzo 2020
foto per Vitali

di Claudio Vitali, Coordinatore nazionale per l’Agenda europea per l’apprendimento degli adulti (INAPP)

Nell’articolo pubblicato sul numero 2 di AttivaMente ho messo in luce come le Reti Territoriali per l’Apprendimento Permanente (legge 92/2012) siano il contesto dove sperimentare ed esercitare forme di alleanze e collaborazioni permanenti tra tutti quegli attori socio-economici ed istituzionali che, a vario titolo, possono contribuire ad aumentare partecipazione alle opportunità di apprendimento.

Ora approfondiremo, sempre tenendo conto delle indicazioni del progetto E.Q.U.A.L. citato nell’articolo precedente, le azioni che le Reti Territoriali possono realizzare per promuovere la partecipazione alla formazione dei sogggetti con bassi livelli di competenze.

  1. La personalizzazione dei percorsi, ovvero la messa a disposizione di un’offerta educativa e formativa adatta a bisogni degli individui e alla loro capacità di fruizione, è certamente una delle condizioni che permettono di trarre il massimo beneficio dall’investimento che sistema e persone fanno sullo sviluppo delle competenze.

Dalle indagini effettuate risulterebbe come la prassi della personalizzazione stia progressivamente uscendo dalla “scala della sperimentazione isolata” e faccia parte ormai di modalità di erogazione previste in diversi contesti. Due gli esempi più rilevanti: il primo è la flessibilizzazione dei percorsi, con consistenti riduzioni del monte-ore considerato necessario per l’acquisizione delle conoscenze prescritte negli assi didattici che costituiscono il riferimento per il raggiungimento di titoli scolastici nei CPIA, (cfr. Cap. 2.2); il secondo è rappresentato dai Piani formativi individuali che vengono progettati ed erogati nei contesti di formazione continua in azienda. Inoltre, per quanto riguarda la personalizzazione in ambito CPIA, essa avviene anche attraverso l’uso delle tecnologie abilitanti l’apprendimento a distanza.

  1. Per non disperdere il consistente investimento implicato dall’individualizzazione è poi rilevante lo sviluppo di processi di assessment rispetto alla capacità dei singoli di apprendere e – se rilevati deficit rispetto a tale competenza – l’inclusione di moduli dedicati allo sviluppo della competenza chiave dell’apprendere ad apprendere nell’offerta educativa. Sottovalutare l’importanza di questa competenza sarebbe un grave errore nell’allocazione di risorse e nella progettazione formativa e educativa. Si tratta di una competenza chiave preordinata, che negli adulti dovrebbe corrispondere all’abilità di mobilitare e combinare risorse di diversa natura, (conoscenze, abilità tecniche, atteggiamenti e valori, esperienze, reti e capitale sociale posseduto, ecc.): i low skilled sembrano non avere esattamente questa capacità, oltre probabilmente ad avere poche risorse da mobilitare e combinare. Occorre, inoltre, sottolineare che si registrano probabilmente differenze di padronanza tra giovani adulti, adulti con età compresa tra 35 e 50 anni, disoccupati di lunga durata: le competenze di tipo alfabetico-funzionale sono soggette a rapida obsolescenza.

  1. Potenziare i servizi previsti già al momento dell’accordo in Conferenza unificata e individuati nel quadro del potenziamento dell’orientamento permanente. L’infrastruttura che appare più efficace sembrerebbe quella del one stop shop, ovvero di un luogo fisico – o anche virtuale – all’interno del quale siano rintracciabili per l’utenza un insieme di servizi, distinti per finalità immediate, ma limitrofi e interfunzionali rispetto ai bisogni delle persone. Si tratta, è bene ricordarlo, di necessità che spaziano dal supporto alla ricerca di occupazione, al sostegno nelle fasi di scelta e transizione, dall’aiuto immediato e concreto – anche finanziario – fino a giungere a bisogni di integrazione e recupero di fiducia in se stessi e di socialità minima. Counselling and coaching, informazione e assistenza tecnica, pratica dell’ascolto e capacità di far emergere bisogni reali, spesso latenti, sono le attività cui sarebbero chiamati gli operatori di questi “sportelli unici”.

  1. Attivare pratiche di outreach. La prima sfida consiste nel “rendere visibile ciò che visibile non è”: il disagio latente e profondo degli individui che dovrebbero esser raggiunti e sostenuti gioca un ruolo dominante, riproducendo e rafforzando continuamente comportamenti di “fuga” – con la maturazione di percezioni di inutilità dell’intervento, soprattutto pubblico – e di sottrazione dagli impegni, per quanto minimi, richiesti per accedere ai servizi. Qualche proposta:

  • ricorrere a massicce campagne di sensibilizzazione, utilizzando role-models e testimoni e studiandone attentamente i linguaggi per offrire una narrativa dei servizi offerti più comprensibile e “rassicurante” potenziando il ricorso a media convenzionali (TV, radio, giornali e periodici, cartellonistica stradale) e social networks;

  • mappare le risorse disponibili sui territori, prestando particolare attenzione a luoghi di aggregazione finora esclusi dalle (poche) reti territoriali di servizio esistenti e sostenerne il ruolo attrattivo con risorse finanziare e messa a disposizione di task forces di operatori specializzati (ASL, uffici postali, terminal di trasporti pubblici, mercati alimentari, ecc.);

  • potenziare le competenze degli operatori dei servizi per l’Impiego, dei servizi sociali, dei dirigenti scolastici e degli insegnanti dei CPIA, dei volontari, delle associazioni dei cittadini, dei responsabili di biblioteche e musei;

  • istituire premi e riconoscimenti – in beni e servizi, fino ad arrivare a piccole esenzioni fiscali -, la cui esigibilità e riscossione potrebbe essere associata a condizionalità in campo educativo e formativo.

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AttivaMente

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