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Caso Italia: abbiamo le leggi ma non il sistema integrato per garantire il diritto all’apprendimento permanente

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6 dicembre 2019
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di Claudio Vitali, ricercatore INAPP e coordinatore nazionale per l’agenda europea per l’apprendimento degli adulti

 

Una recente ricerca, finanziata con un progetto E.QU.A.L. ottenuto da Inapp con un’ampia partership che comprendeva le Regioni Lombardia, Lazio, Trentino e altri soggetti sociali e tecnico-scientifici, ha fatto il punto sulle politiche, i dispositivi e le risorse per l’apprendimento in età adulta in Italia.

Ne esce un quadro normativo abbastanza compiuto e che offre elementi di tutela e di chiarezza grazie alla Legge 92/2012, al Dlgs 13/2013, e seguenti decreti attuativi, e alle diverse Intese raggiunte in Conferenza Unificata Stato Regioni:

  • diritto soggettivo all’apprendimento permanente,
  • pari dignità e valore degli apprendimenti acquisiti indipendentemente dai contesti nei quali il risultato è stato raggiunto,
  • garanzia di accesso alle opportunità educative e formative a costi nulli o agevolati,
  • riconoscimento formale delle reti territoriali dei servizi del lavoro e della formazione

La ricerca tuttavia mette in luce i limiti di una governance frammentata e distribuita tra diversi ministeri e livelli istituzionali che ha finora impedito una implementazione delle norme vigenti capace di realizzare un sistema integrato dell’apprendimento permanente che garantisca effettivamente a ogni cittadino il diritto ad apprendere per tutta la vita.

Inoltre i diversi impianti normativi sono stati disegnati con livelli di dettaglio necessari ma che potrebbero far perdere di vista l’esigenza di una reconductio ad unum, ovvero la relativa iscrizione in un quadro strategico ed in una vision complessiva caratterizzata da programmi di medio lungo periodo.

In altri termini, il Paese non appare dotato – come invece avviene in altri grandi Stati dell’UE – di un Piano nazionale finalizzato al superamento dell’analfabetismo funzionale, (laddove, invece, rispetto agli obiettivi di innalzamento dei livelli educativi della popolazione, un segnale importante sembra essere costituito dal rallentamento della tendenza a diminuire gli investimenti in educazione che aveva caratterizzato il periodo della grande crisi economica). Una pianificazione di tale spessore richiede certamente una intensificazione degli sforzi nel trovare le migliori forme di dialogo possibile tra i diversi attori, in vista del superamento della parcellizzazione con la quale sono stati affrontati i processi decisionali che ha costituito, anche in questo in questo settore, il modello prevalente di policy making.

Una governance efficiente può presidiare non solo l’implementazione delle policies (e il suo adattamento progressivo a nuovi scenari), ma anche – e soprattutto – l’operazionalizzazione dei dispositivi in esse delineati.

Il bisogno di consolidare le relazioni tra i diversi stakeholders è preso in carico già al livello di legge costituzionale, (più precisamente all’art.118), laddove viene evocato il principio di sussidiarietà orizzontale, detto anche di sussidiarietà sociale.

Tale principio prevede che Stato, Regioni ed Enti locali debbano favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale: in pratica, dovrebbero essere valorizzate quelle forme di organizzazione spontanea della società civile – per esempio associazioni di volontariato, Onlus, Cooperative sociali – per la gestione dei servizi da offrire alla cittadinanza.

Ma il processo di messa in rete dei servizi territoriali, come recita anche il testo dell’Accordo in Conferenza unificata del 2014, “non può e non deve comunque essere ridotto a un’ingegneria istituzionale e organizzativa che consideri le strutture e gli stessi servizi in termini meramente sommatori e funzionali. Le reti territoriali devono , anzi, costituire la modalità con cui l’insieme dei servizi viene ripensato in funzione della risposta che esso deve dare alla persona e al suo diritto all’apprendimento permanente.”

 

È all’interno delle reti territoriali di servizi per il lavoro e la formazione, previste tra le infrastrutture abilitanti nella normativa che istituisce il sistema di apprendimento permanente nazionale (L.92/12), che si debbono sperimentare ed esercitare forme di alleanze e collaborazioni permanenti tra tutti quegli attori socio-economici ed istituzionali che, a vario titolo, possono contribuire a contenere le conseguenze derivanti da scarsa partecipazione alle opportunità apprendimento messe in campo.

 

 

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